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23.02.2021

  ASTANGA YOGA: 

Asana, Pranayama, Pratyahara

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Se foste un albero, che albero sareste? Un cespuglio d’alloro come quello in cui si

trasformò Dafne per sfuggire ad Apollo? Un malinconico salice? Un acero canadese,

sanguigno e ciuffoso? Un misterioso albero della nebbia? Un maestoso cedro del

Libano? Un leggiadro pioppo? Che abbiate il fascino della magnolia dalle foglie carnose e

i candidi fiori o l’incanto del raro ginkgo biloba con le sue foglie a ventaglio, avrete

comunque bisogno di radici che affondino in profondità nella terra, per mantenervi

ancorati ben saldi al suolo e di un tronco solido, che vi dia sostegno e vi mantenga diritti

mentre vi protendete verso il cielo.

La scorsa settimana ci siamo occupati proprio di questo: se immaginiamo chi pratica lo

yoga come un albero, radici e tronco sono costituite da Yama e Niyama, i primi due stadi

dell’Astanga Yoga, così come li illustra il maestro Patanjali negli antichi Yoga Sutra. Oggi

affrontiamo gli stadi successivi, ci rivolgiamo verso l’alto e comincia lo slancio dei nostri

rami nell’azzurro.

L’immagine dell’albero come simbolo della pratica yoga deriva dagli insegnamenti del

maestro Bellur Krishnamachar Sundararaja Iyengar (1918 – 2014), autore di numerosi

testi divulgativi, tra cui appunto The Tree of Yoga, l’albero dello yoga e Light on the Yoga

Sutras of Patanjali, una lettura contemporanea degli insegnamenti dell’antico maestro.

Iyengar è stato uno dei più grandi maestri del Novecento e ha avuto un ruolo di primo

piano come ponte dalla spiritualità delle origini alla pratica contemporanea e nella

diffusione dello Yoga in tutto il mondo. Iyengar offre una versione dello Yoga

perfettamente integrata in tutti i suoi aspetti, da quelli più spiritualmente elevati fino alle

tecniche più concrete delle posture e della respirazione.

«Lo yoga» dice Iyengar «non è costituito soltanto di esercizi fisici, ma è soprattutto un

sentiero spirituale. La sua è però una spiritualità che affonda le radici nella pratica, e

dunque tutti gli aspetti filosofici della disciplina sono collegati ad altrettanti aspetti

concreti, alla pratica delle posture e della respirazione.

Con il terzo stadio giungiamo alla parte pratica del percorso yogico, gli asana, le posture,

le posizioni fisiche. Sono i rami del nostro albero. Certo oggi, nella veste più pop che lo

Yoga ha assunto in Occidente, gli asana più famosi sono quelli più scenografici, le

posizioni più acrobatiche, che richiedono più allenamento, più flessibilità e più equilibrio.

Per quanto Sirsasana, la posizione sulla testa, o Parsva Bakasana, la posizione del corvo

laterale, eseguite da chi è esperto siano uno spettacolo di sicuro effetto, negli Yoga Sutra

Patanjali non fornisce istruzioni per eseguire contorsionismi o complessi capolavori

ginnici, ma si concentra sulla sensazione: lo scopo è che nell’assumere l’asana il corpo


yogadelleemozioni.comYama e Niyama Pagina 2 di 4

trovi stabilità, comodità e benessere. Una disposizione fisica lieta e armoniosa, così come

la disposizione interiore che desideriamo raggiungere.

Segue quindi il quarto stadio, Prāṇāyāma, il controllo della respirazione. La parola è

composta: prāṇa è il respiro inteso come flusso vitale, āyāma significa «allungamento» o

«espansione». Patañjali distingue tra una pratica del prāṇāyāma che segue i tre movimenti

del respiro – inspirazione, sospensione, espirazione – e una pratica che li trascende,

senza sforzo, non consapevole.

Prāṇāyāma sta alla respirazione come āsana sta al corpo: si esercita e si allena il respiro,

rendendolo regolare e controllato. Sono le foglie del nostro albero. Non a caso le foglie

si sviluppano sui rami. Ogni stadio prepara al successivo ed è strettamente legato a esso:

il controllo del respiro è intimamente connesso con la pratica degli asana.

Mantenere la posizione con il corpo e controllare il respiro sono l’equivalente materiale

di mantenere la concentrazione con la mente, è una piena immersione, anche a livello

fisico, nel presente e nel suo scorrere.

Il quinto stadio è Pratyāhāra, il distacco dai sensi. La corteccia del nostro albero.

Il ritrarsi da quanto ci circonda non è da intendersi nel senso di estraniarsi, isolarsi o

porre una barriera fra sé e il mondo, ma come un cambiamento nella percezione. Lo

yogin, ritirandosi in sé stesso, passa da uno stadio in cui subisce il flusso caotico delle

percezioni sensoriali a uno stadio in cui assume il pieno controllo e il dominio dei sensi,

per accedere a una conoscenza altra, che deriva dalla propria coscienza (citta).

L’immagine della corteccia può favorire la comprensione: la corteccia è la pelle

dell’albero, ha una funzione protettiva certamente, ripara la parte in cui scorre la linfa, è

resistente e coriacea, ma non insensibile, pone la parte interna in contatto con l’esterno,

mantenendola protetta.

La settimana prossima continuiamo a crescere rigogliosi secondo l’ispirazione di Iyengar

sulle orme di Patanjali, con gli ultimi tre stadi del sentiero che conduce all’illuminazione.

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