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18.02.2021

  ASTANGA YOGA

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Immaginate voi stessi nel cuore di una foresta vergine, siete al centro di una fresca radura, intorno solo lo stormire delle fronde, il ronzio degli insetti, il fruscio delle foglie al passaggio di qualche animale, sentite l’odore della terra, la carezza del vento e il calore del sole, siete assorti, il vostro corpo è rilassato, il vostro volto si distende in un sorriso, quasi vi sembra di librarvi…

Eccoci calati nell’atmosfera in cui i primi maestri yogin devono aver iniziato i loro discepoli ai segreti dello Yoga.

Nel nostro piccolo excursus sulle origini dello Yoga della scorsa settimana vi avevo raccontato del maestro Patanjali, il padre fondatore dell’Astanga Yoga, colui che per primo ha teorizzato con i suoi Yoga Sutra i fondamenti della disciplina e i suoi Otto stadi, di cui come vi avevo anticipato, tratto oggi.

La via comincia con il nome. Infatti la parola sanscrita Astanga è l’unione di ast che significa «otto» e anga, che significa letteralmente «membra». La parola sanscrita Yoga significa invece «unire», quindi l’Astanga Yoga è l’unione delle otto membra, la via in Otto stadi, o otto gradini se vogliamo considerarlo un percorso di ascesi.

Ecco come li elenca Patanjali nel ventinovesimo sutra del secondo pāda, la seconda sezione degli Yoga Sutra:


yama niyama āsana prāṇāyāma pratyāhāra dhāraṇā dhyāna samādhayaḥ aṣṭāu aṅgāni


«Le regole morali (yama), le osservanze (niyama), le posizioni (āsana), il controllo del respiro (prāṇāyāma), l’astrazione dai sensi (pratyāhāra), la concentrazione (dhāraṇā), la meditazione (dhyāna), e l’illuminazione (samādhi) sono le otto parti [costitutive dello Yoga].»


Gli Yama e i Niyama sono i primi due degli otto rami dello Yoga, ovvero le otto qualità fondamentali che lo Yogi deve fare sue per percorrere il sentiero che lo porterà a raggiungere il Samadhi, l’illuminazione.

Yama sono cinque regole morali e Niyama cinque osservanze.

Le cinque Yama:

 • ahimsa: pacifismo e non violenza; non solo nelle azioni, ma anche con le parole; Patañjali aggiunge nei sutra successivi che della non-violenza non beneficia solo chi la pratica, ma è anche fonte di ispirazione per chi ci incontra; 

 • satya: sincerità; genuinità;

 • asteya: non rubare; temperanza;

 • brahmācarya: continenza; castità;

 • aparigraha: non avidità e moderazione; nei sutra successivi Patanjali sostiene che la rinuncia a impossessarci di ciò che non è nostro attira verso di noi ben altre ricchezze.

Le cinque Niyama:

 • Śauca: purezza dello spirito e pulizia del corpo;

 • Saṅtoṣa: appagamento, contentezza, soddisfazione, da intendersi come la capacità di trovare serenità nel proprio stato presente, accettazione di ciò che ci circonda;

 • Tapas: autodisciplina, fervore mistico, ascetismo; il significato etimologico del termine  è «calore», e in senso figurato sta a indicare l’austerità religiosa; è un concetto originario del vedismo, che nelle Upanishad è interpretato come il «fuoco interiore» che corrisponde e sostituisce il fuoco reale del sacrificio vedico: quindi un sacrificio tutto intimo, una interiorizzazione del rituale vedico in cui a essere offerte anziché le libagioni, sono le funzioni fisiologiche, prima fra tutte la respirazione, anticipando il quarto stadio, il prāṇāyāma, il controllo del respiro, che è sì funzione corporea ma carica di significati cosmici. 

 • Svādhyāya: applicazione e studio delle sacre scritture, ossia in origine la recitazione dei Veda; 

 • Īśvara praṇidhāna: abbandono a Īśvara, il Signore.

Enunciate così Yama e Niyama ricordano alla lontana i Dieci comandamenti, oppure ci evocano figure di mistici asceti, venerabili, austeri e monacali, che consultano i rotoli assorti, bruciano incensi in antichi templi salmodiando, o levitano con un’espressione irenica sul volto, sospesi sopra un limpido laghetto circondato di bambù.

Ma come si concilia questo immaginario con il nostro presente tecnologico, con il bombardamento costante di immagini e testi dell’èra dell’informazione e dei consumi, con lo schermo luminoso attraverso cui stiamo leggendo proprio ora e in cui guarderemo il video della nostra prossima lezione?

Forse vi stupirà sentirlo, ma la verità è che si tratta di un discorso più complesso da verbalizzare di quanto non lo sia concretamente e spiritualmente. Quando vengono da me dei nuovi allievi per prendere lezioni quasi sempre sono persone che vivono già nel rispetto di Yama e Niyama, che hanno già superato i primi due stadi, pur senza conoscerne il nome. Non studiano le scritture vediche e non osservano una castità monacale, eppure risuonano in loro la ricerca di pace, armonia, di una forma di contatto più profonda e al contempo più elevata con sé stessi e con le cose. Hanno già, senza saperlo, intrapreso un percorso. Se non è così, dopo una o poche lezioni abbandonano, perché il terzo stadio, gli asana, la pratica dello yoga, coinvolgendo il corpo è l’aspetto più evidente della disciplina, ciò che traspare all’esterno, ma implica e contiene tutto un lavoro interiore, che è la base su cui la pratica si costruisce.

Come le fondamenta di una casa, come le radici di un albero, la pratica interiore è invisibile agli occhi di chi guarda da fuori, ma maestro e allievo la percepiscono e ne traggono forza e sostegno, anche nel loro legame, che conserva la straordinaria importanza che aveva al tempo di Patanjali anche oggi.

Sì, lo so: tutti (o quasi) entriamo in contatto con lo Yoga attraverso la porta della pratica fisica degli asana, ma come vi dico spesso, il mondo dello Yoga è infinitamente più vasto di così e gli ingressi sono molteplici! Consideriamo Yama e Niyama come un preliminare: con i primi due stadi siamo entrati nella predisposizione d’animo per la pratica, a cui ci dedicheremo prossimamente, nell’affrontare i successivi stadi dello Yoga regale, continuando a seguire la via tracciata per noi da Patanjali

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