Mobirise

03.03.2021

  ASTANGA YOGA: 

Dharana, Dhyana, Samadhi

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Torniamo a farci albero. Immaginate la sensazione di solidità, le vostre radici aggrappate alla terra che si propagano nel calduccio umido del sottosuolo dove qualche vermetto e una talpa vi solleticano, il vostro tronco fermo e solido, con la corteccia come una robusta pelle, la morbidezza del muschio che vi ricopre e la leggera puntura del becco di un picchio, i vostri rami che si allargano e si tendono con il formicolio delle corse di scoiattoli, con il rigoglio delle foglie, le vostre chiome che ondeggiano e stormiscono, il pulsare della linfa che vi permea, come il sangue nelle vene, il bacio dei raggi solari che assorbite, il sollievo delle gocce di pioggia che vi percorrono, le gemme dei vostri fiori che si schiudono e il ronzio degli insetti intorno, i vostri frutti che lentamente si formano e maturano fino a che non cominciate ad avvertirne piacevolmente il peso.

Recuperiamo l’immagine dell’albero del grande maestro contemporaneo Iyengar per portare a compimento con gli ultimi tre passi il nostro excursus sugli otto stadi dell’Astanga Yoga, teorizzati millenni orsono negli antichi Yoga Sutra dal venerabile e quasi leggendario maestro Patanjali.

Il sesto stadio è Dhāraṇā, la concentrazione. La linfa del nostro albero.

La concentrazione è definita da Patanjali come «fissare la coscienza (citta) su qualcosa». Il termine deriva dalla radice dha : «tener stretto». Patañjali non si sofferma sull’oggetto a cui rivolgere l’attenzione, usa il termine generico deśa: «punto», «regione», «posto». Di nuovo il paragone con l’albero ci aiuta a comprendere: la linfa, come il sangue nel nostro corpo, scorre attraverso ogni parte della pianta, così la concentrazione: l’attività incessante della nostra mente che si focalizza su un unico oggetto così come il flusso sanguigno raggiuge il singolo capillare minuscolo e la linfa innerva la fogliolina più piccola sulla punta del più estremo rametto.

Il settimo stadio è Dhyāna, meditazione o contemplazione profonda. I fiori del nostro albero.

Quietata la coscienza con l’esercizio della concentrazione, si giunge a uno stadio nel quale pur essendo vigile la consapevolezza, quest’ultima è ininterrotta, stabile e profonda. Il termine è spesso tradotto con «meditazione», ma la pratica che comunemente chiamiamo meditazione è più affine ai due stadi precedenti, mentre Patanjali qui si riferisce a un passo ulteriore rispetto a un esercizio transitorio, a un traguardo più compiuto: il dhyāna è contraddistinto da uno stato di coerente lucidità, uno stato in cui anziché concentrarci su un oggetto specifico siamo immersi nel fluire delle cose, in armonia con esso, siamo noi stessi fluire. E fioriamo. Il fiore è la perfetta rappresentazione per Dhyana perché è la bellezza che l’albero offre all’esterno, la preziosa confezione per il tesoro del polline che lo mette in comunicazione, tramite gli insetti e il vento, con la natura che lo circonda.


L’ottavo stadio, il compimento, è il Samādhi. I frutti del nostro albero. Patañjali negli Yoga Sutra lo definisce così: «Quando l’oggetto della meditazione assorbe chi medita, e appare come soggetto, si perde la consapevolezza di sé stessi. È il samādhi.»

Quest’ultimo stadio, il culmine ideale della pratica, ha un profondo significato religioso perché nell’induismo corrisponde alla liberazione dell’anima dal ciclo delle rinascite, per abbandonare la corporeità ed entrare in comunione con il divino.

Come coniugare qualcosa di così ieratico, di così celeste ed elevato con lo yoga che pratichiamo nel nostro quotidiano frenetico, così prosaico e materiale? Samādhi, per noi può essere un’ideale, irraggiungibile, ma che ci guida con la sua luce come una stella, come il Sole ed è qui che torniamo ancora all’immagine dell’albero: coltiviamo la pratica, rafforzando le nostre radici e il nostro tronco, nutrendo la nostra linfa, facendo crescere i nostri rami verso il cielo, con foglie sempre più rigogliose, con la speranza di fiorire e fruttificare.

Mentre sogniamo l’illuminazione continuiamo a coltivare il nostro legame con il mondo materiale e spirituale con approfondimenti sulle infinite possibilità che la pratica e la tradizione dello Yoga ci offrono, in particolare la settimana prossima ci dedichiamo a una parte di noi che adoperiamo moltissimo per entrare in contatto con l’esterno: le mani, che faremo danzare con i Mudra.

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